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Amazon Web Services si espande

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Amazon Web Services si espande

Posted on 16 November 2011 by Daniele Midi

Il team di Amazon Web Services ha dato l’annuncio, pochi giorni fa, della crescita della sua infrastruttura: è già disponibile, infatti, la nuova Region US West (Oregon).

Questa località è la più recente ad ospitare l’infrastruttura della nuvola di Amazon negli Stati Uniti. A partire da subito, gli utenti di AWS possono accedere la Oregon Region a prezzi più bassi della normale Region US West, con risparmi intorno al 10%.

La nuova location è in grado di fornire praticamente tutti i servizi di AWS, come Amazon Elastic Cloud Computing (EC2), Simple Storage Service (S3), SimpleDB, Relational Database Service, Simple Queue Service, Simple Notification Service, Virtual Private Cloud, Elastic MapReduce, e molti altri.

Amazon è quindi arrivata ad operare in 7 Regioni nel mondo, con clienti in oltre 190 paesi diversi. E continua a crescere.

 

Fonte: AWS official news

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Anche per Google la nuvola è più verde

Posted on 03 October 2011 by Daniele Midi

Google, in prima persona, si è messa a tavolino – carta, penna e calcolatrice alla mano – ed ha fatto un po’ di calcoli. Ha cercato di stimare, infatti, quant’è il consumo energetico necessario alle aziende a gestire autonomamente il proprio sistema di email on-premise.

Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, e perciò gli analisti di BigG hanno deciso di tirare fuori le proprie stime per tre profili di aziende differenti: un piccolo business con 5 email users, una società di medie dimensioni con 500 utenti, e una grande azienda con la necessità di gestire 10000 account. Secondo lo studio, il piccolo e il medio business avranno bisogno di 2 server (uno primario e uno di backup), mentre la società più grande richiederà circa 12 server (10 primari e 2 di backup).

I loro calcoli hanno tenuto in considerazione sia il consumo energetico “diretto” dei server, sia quello legato al raffreddamento, oltre che altre variabili legate all’infrastruttura IT necessaria alla gestione dei servizi di email, e i risultati hanno stimato un consumo energetico annuo per singolo utente rispettivamente, per il profilo aziendale piccolo, medio e grande, di 175 kWh, 28.4 kWh e 7.6 kWh.

E dopo tutti questi conti, facendo il paragone con la sua infrastruttura di Cloud Computing, per Google la nuvola è più verde. Ovviamente non verde per l’emissione di gas tossici, ma intendendo quanto il Cloud Computing possa rivestire anche un ruolo “ecologico” nella vita tanto delle aziende quanto dei privati.

Secondo Google, infatti, grazie a tutte le caratteristiche di efficienza energetica di cui sono dotati i moderni data center, il consumo energetico annuo per un utente del servizio di email può scendere fino ad arrivare a soli 2.2 kWh, in modo del tutto indipendente dalle dimensioni del proprio business. Insomma, secondo le stime del colosso di Mountain View, utilizzare un sistema di email cloud-based è energeticamente di gran lunga più efficiente che gestirlo autonomamente on-premise.

Ovviamente Google non è il primo Cloud vendor a rilasciare uno studio del genere (nonostante sia il primo ad occuparsene in prima persona). Lo scorso novembre, infatti, Microsoft ha pubblicato uno studio affidato ad un’agenzia esterna che si è occupato invece dell’efficienza nelle emissioni di CO2. E anche in quel caso i risultati erano piuttosto eloquenti: una piccola azienda con meno di 100 utenti che migrasse da software on-premise al Cloud poteva ridurre le proprie emissioni di CO2 di oltre il 90%.

Sembra perciò inconfutabile: la nuvola è decisamente più verde. Bene per l’ambiente, ma bene anche per il portafogli delle aziende.

 

Immagine: giopuo

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Il Cloud è solo aria fritta

Posted on 13 September 2011 by Daniele Midi

Di sicuro è quello che pensa qualcuno dei detrattori della nuvola. Che però sia un’idea condivisa anche da “chi il Cloud lo fa” è qualcosa che potrebbe sorprendere molto.

Il Cloud Computing è solo aria fritta.

O meglio, secondo Microsoft Research, è aria calda.

Ironia a parte, quest’considerazione viene proprio dai laboratori del colosso di Redmond. Infatti, in una pubblicazione molto recente, intitolata “The Data Furnace: Heating Up with Cloud Computing”, alcuni ricercatori hanno messo sotto la lente di ingrandimento proprio l’enorme quantità di calore prodotta costantemente dai data center che ospitano tutte le macchine che “danno vita” al Cloud Computing.

Secondo questo gruppo di Microsoft Research, sarebbe un’idea piuttosto interessante quella di sfruttare questo calore per scaldare case ed uffici, perseguendo così risparmi energetici notevoli e rispettando di più l’ambiente.

Non sono i primi a pensarci, in effetti: già circa tre anni fa, dai laboratori di IBM venne proposta un’idea simile. Secondo i ricercatori di Big Blue, il miglior sistema di raffreddamento per i PC è quello ad acqua, e lo smaltimento di questo calore estratto si trasforma da problema in soluzione se si convoglia opportunamente l’acqua calda come fonte di riscaldamento per le abitazioni. Un’intuizione niente male, se si pensa che realizzando un sistema del genere, un data center di medie dimensioni potrebbe tenere calde più di 70 famiglie.

I ricercatori Microsoft però si spingono ancora oltre nelle visioni avveniristiche, azzardando l’ipotesi dell’installazione di alcuni rack di processori sotto ogni unità abitativa. Dei mini data center negli scantinati di tutti i palazzi, quindi, che sarebbero ottimi sostituti delle tradizionali caldaie.

Gli abitanti di queste costruzioni otterrebbero notevoli risparmi economici sul riscaldamento, ma non sarebbero in effetti gli unici a trarne vantaggio: la grande distribuzione geografica di questi mini data center porterebbe notevoli potenze di calcolo vicinissimo alle aziende e alle zone residenziali.

Un’eccellente esempio di pensiero laterale, dunque. Un po’ ingenuo forse, perché tiene poco in considerazione tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alla manutenzione e al fabbisogno energetico e di banda richiesti dai potenti rack di CPU presenti nei data center, che sono problemi meno preoccupanti negli USA, ma enormi in altri paesi come l’Italia.

Ma di certo un’idea interessante.

 

Fonte: Microsoft Research publications

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