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Anche per Google la nuvola è più verde

Posted on 03 October 2011 by Daniele Midi

Google, in prima persona, si è messa a tavolino – carta, penna e calcolatrice alla mano – ed ha fatto un po’ di calcoli. Ha cercato di stimare, infatti, quant’è il consumo energetico necessario alle aziende a gestire autonomamente il proprio sistema di email on-premise.

Ovviamente non si può fare di tutta l’erba un fascio, e perciò gli analisti di BigG hanno deciso di tirare fuori le proprie stime per tre profili di aziende differenti: un piccolo business con 5 email users, una società di medie dimensioni con 500 utenti, e una grande azienda con la necessità di gestire 10000 account. Secondo lo studio, il piccolo e il medio business avranno bisogno di 2 server (uno primario e uno di backup), mentre la società più grande richiederà circa 12 server (10 primari e 2 di backup).

I loro calcoli hanno tenuto in considerazione sia il consumo energetico “diretto” dei server, sia quello legato al raffreddamento, oltre che altre variabili legate all’infrastruttura IT necessaria alla gestione dei servizi di email, e i risultati hanno stimato un consumo energetico annuo per singolo utente rispettivamente, per il profilo aziendale piccolo, medio e grande, di 175 kWh, 28.4 kWh e 7.6 kWh.

E dopo tutti questi conti, facendo il paragone con la sua infrastruttura di Cloud Computing, per Google la nuvola è più verde. Ovviamente non verde per l’emissione di gas tossici, ma intendendo quanto il Cloud Computing possa rivestire anche un ruolo “ecologico” nella vita tanto delle aziende quanto dei privati.

Secondo Google, infatti, grazie a tutte le caratteristiche di efficienza energetica di cui sono dotati i moderni data center, il consumo energetico annuo per un utente del servizio di email può scendere fino ad arrivare a soli 2.2 kWh, in modo del tutto indipendente dalle dimensioni del proprio business. Insomma, secondo le stime del colosso di Mountain View, utilizzare un sistema di email cloud-based è energeticamente di gran lunga più efficiente che gestirlo autonomamente on-premise.

Ovviamente Google non è il primo Cloud vendor a rilasciare uno studio del genere (nonostante sia il primo ad occuparsene in prima persona). Lo scorso novembre, infatti, Microsoft ha pubblicato uno studio affidato ad un’agenzia esterna che si è occupato invece dell’efficienza nelle emissioni di CO2. E anche in quel caso i risultati erano piuttosto eloquenti: una piccola azienda con meno di 100 utenti che migrasse da software on-premise al Cloud poteva ridurre le proprie emissioni di CO2 di oltre il 90%.

Sembra perciò inconfutabile: la nuvola è decisamente più verde. Bene per l’ambiente, ma bene anche per il portafogli delle aziende.

 

Immagine: giopuo

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Amazon è sempre più sicuro e lavora per il governo (I parte)

Posted on 19 September 2011 by Redazione

L’importanza che il Cloud Computing riveste per le agenzie governative continua ad crescere con un ritmo decisamente sostenuto. Poter sfruttare la nuvola per le complesse attività amministrative e gestionali permette di sicuro di migliorare e semplificare notevolmente l’integrazione fra le varie agenzie, nonché di snellire il lavoro di manutenzione.

Come sempre, però, c’è un rovescio della medaglia, che per quanto concerne l’adozione del Cloud negli enti governativi, riguarda la questione che più di ogni altra è vista come il punto debole del Cloud Computing: la sicurezza. Nel trattare dati estremamente sensibili come quelli manipolati dalle agenzie di stato, severe leggi normano la memorizzazione e i livelli di sicurezza minimi che qualunque applicazione o piattaforma deve rispettare.

E proprio relativamente a questo punto, sono molti i requisiti richiesti ai provider per poter essere presi in considerazione durante la scelta delle piattaforme adatte ad usi governativi. Fra i vari colossi del Cloud Computing, sono pochi quelli che possono considerarsi all’altezza.

Vista però l’importanza che un tale titolo più rivestire per le aziende della nuvola, la cerchia comincia ad allargarsi: Amazon ha infatti annunciato giovedì scorso di aver raggiunto un nuovo livello di sicurezza agli occhi delle agenzie governative americane. Amazon Web Services, infatti, ha conseguito l’autorizzazione e la certificazione di livello Moderate del Federal Information Security Management Act (FISMA), rilasciato dalla General Services Administration (GSA), agenzia indipendente del governo degli Stati Uniti che assiste e coordina gli enti federali.

Attualmente l’accreditamento FISMA è relativo a tre dei servizi di AWS: Elastic Cloud Compute (EC2), Simple Storage Service (S3) e Vrtual Private Cloud (VPC).

Un tale titolo certifica che AWS è in grado di operare secondo altissimi livelli di sicurezza e permette alle agenzie federali di utilizzare i servizi infrastrutturali di AWS continuando a soddisfare i propri requisiti di security.

“Amazon Web Service offre alle agenzie governative l’accesso ad una infrastruttura tecnologica scalabile, cost-effective e flessibile, che dà alle agenzie la possibilità di deployare in modo veloce e sicuro le loro applicazioni sul Cloud,” ha dichiarato Teresa Carlson, vice president del Global Public Sector di AWS. “Oltre 100 organizzazioni governative [..] stanno già utilizzando AWS per soddisfare i loro requisiti di ambienti di computing agili, affidabili e altamente disponibili. Siamo molto contenti di continuare a lavorare con il governo degli US per aiutarli a ridurre i costi e accorciare i tempi di raggiungimento dei loro obiettivi.”

Poche sono le altre aziende di questo campo che possono pregiarsi di simili livelli di certificazioni di sicurezza: si possono ad esempio fare i nomi di Google, con il suo App Engine, e Microsoft, con BPOS.

Ma non c’è dubbio che la guerra alla “nuvola più sicura” non sia che all’inizio.

 

Immagine: Marine Mammal Conservancy 

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Il Cloud è solo aria fritta

Posted on 13 September 2011 by Daniele Midi

Di sicuro è quello che pensa qualcuno dei detrattori della nuvola. Che però sia un’idea condivisa anche da “chi il Cloud lo fa” è qualcosa che potrebbe sorprendere molto.

Il Cloud Computing è solo aria fritta.

O meglio, secondo Microsoft Research, è aria calda.

Ironia a parte, quest’considerazione viene proprio dai laboratori del colosso di Redmond. Infatti, in una pubblicazione molto recente, intitolata “The Data Furnace: Heating Up with Cloud Computing”, alcuni ricercatori hanno messo sotto la lente di ingrandimento proprio l’enorme quantità di calore prodotta costantemente dai data center che ospitano tutte le macchine che “danno vita” al Cloud Computing.

Secondo questo gruppo di Microsoft Research, sarebbe un’idea piuttosto interessante quella di sfruttare questo calore per scaldare case ed uffici, perseguendo così risparmi energetici notevoli e rispettando di più l’ambiente.

Non sono i primi a pensarci, in effetti: già circa tre anni fa, dai laboratori di IBM venne proposta un’idea simile. Secondo i ricercatori di Big Blue, il miglior sistema di raffreddamento per i PC è quello ad acqua, e lo smaltimento di questo calore estratto si trasforma da problema in soluzione se si convoglia opportunamente l’acqua calda come fonte di riscaldamento per le abitazioni. Un’intuizione niente male, se si pensa che realizzando un sistema del genere, un data center di medie dimensioni potrebbe tenere calde più di 70 famiglie.

I ricercatori Microsoft però si spingono ancora oltre nelle visioni avveniristiche, azzardando l’ipotesi dell’installazione di alcuni rack di processori sotto ogni unità abitativa. Dei mini data center negli scantinati di tutti i palazzi, quindi, che sarebbero ottimi sostituti delle tradizionali caldaie.

Gli abitanti di queste costruzioni otterrebbero notevoli risparmi economici sul riscaldamento, ma non sarebbero in effetti gli unici a trarne vantaggio: la grande distribuzione geografica di questi mini data center porterebbe notevoli potenze di calcolo vicinissimo alle aziende e alle zone residenziali.

Un’eccellente esempio di pensiero laterale, dunque. Un po’ ingenuo forse, perché tiene poco in considerazione tutti gli aspetti legati alla sicurezza, alla manutenzione e al fabbisogno energetico e di banda richiesti dai potenti rack di CPU presenti nei data center, che sono problemi meno preoccupanti negli USA, ma enormi in altri paesi come l’Italia.

Ma di certo un’idea interessante.

 

Fonte: Microsoft Research publications

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Frasi cloud-celebri

“Uno smartphone con sistema operativo Android impiega circa 100 secondi per dare un risultato, mentre su un telefono che utilizza Clone Cloud collegato ad un PC, il tempo si riduce ad un secondo.” (Gon Byung-Chun)
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